lunedì 17 marzo 2008

Intervista ad Ausonia

Grazie all'Ausonia tour, promosso dall'Associazione Fumetterie Italiane, abbiamo avuto la fortuna di incontrare recentemente uno degli autori di fumetto italiani meno inclini al compromesso artistico. Da "Pinocchio - Storia di un bambino" fino ai più recenti "P-HPC/Post-Human Processing Center e Beauty Industries", il tratto più caratteristico di Ausonia è infatti proprio quello di ricercare un proprio linguaggio espressivo anche a prescindere dai limiti che il mezzo gli impone, studiando nuovi metodi di rappresentazione con una cura ormai dimenticata dal fumetto seriale (per il solo P-HPC sono serviti sette anni di lavoro). Abbiamo chiesto all'autore toscano di parlarci del significato profondo dei suoi lavori, e siamo stati premiati con un'anticipazione, ancora rigorosamente in progress, su quello che sarà forse il suo prossimo capolavoro.

Perchè hai scelto di utilizzare il fumetto come mezzo di espressione?
Il fumetto, fare fumetti, per me non è una scelta definitiva. Tutta la mia vita l’ho passata disegnando, dipingendo, studiando arte. Ciò che mi interessa è la capacità comunicativa ed espressiva dell’immagine. Così c’è stata l’illustrazione, la pittura, il fumetto, la fotografia... e parallelamente a tutte queste cose la scrittura. In P-HPC c’era la voglia di mettere insieme tutte queste esperienze in un solo corpo. Usare ogni tipo di esperienza che avevo fatto in passato per un obiettivo unico: raccontare una storia. E questa cosa, questo collage, comportava diversi rischi e la cosa mi spaventava parecchio. Perché la storia di Uto e di Sarah è una storia molto triste e seria... E raccontarla anche attraverso il fotoromanzo era davvero pericoloso. Perché di fatto ho preso un mezzo “ridicolo” (basti pensare a un qualsiasi racconto fotografico presente su una rivista come “Grand Hotel” ed è facile che uno si ricordi di certe cose con ilarità) e l’ho usato per parlare del vuoto pneumatico e del lavoro in fabbrica, dell’alienazione e della complessità di una storia d’amore fra adolescenti. E poi si tratta di un libro che mentre lo fai sei come un trapezista che lavora senza rete protettiva, perché al mondo non esistevano libri strutturati così, e di colpo, dopo aver fatto tanti fumetti, ti rendi conto che stai esplorando un territorio del tutto nuovo e sai che nessuno ti può aiutare a risolvere i tuoi dubbi. Provi continuamente a elaborare soluzioni, finendo per scartarle quasi tutte. Perché da un lato stai facendo della pura sperimentazione, dall’altro cerchi anche di creare subito degli schemi estetici, dei confini che non vuoi oltrepassare... Perché il mio interesse non era solo rivolto alla storia che stavo raccontando, ma anche quello di creare una sorta di manifesto programmatico che mi sarebbe servito per fare i miei libri successivi. Quindi i sette anni passati su P-HPC sono stati devastanti e meravigliosi insieme. Un’esperienza unica sia in ambito editoriale che personale. Che mi ha coinvolto al cento per cento. Da mattina a sera.

Cos'è che ti fa più paura del conformismo, che viene condannato dal tuo Pinocchio?
Il conformismo è la morte del senso critico. E quindi si tratta di una cosa che spaventa a prescindere. È la morte delle nuove ipotesi sociali, della sperimentazione artistica, del dissenso in politica. Il conformismo è accettare le cose senza porsi domande. È accettare che non ci possano essere altre vie percorribili al di là di quelle che ci sono state fornite. La mentalità conformista è reazionaria e anti-progressista, è la morte delle idee. È un male assoluto che porta alla stagnazione culturale e che va contrastato. Combattuto. Sempre. Trovo molto conformista anche il fumetto, basti pensare a certe serie popolari da edicola, che reiterano se stesse all’infinito. Da quarant’anni. Dando per scontato che niente è cambiato da allora, che la testa delle persone è pressoché la stessa, che nessun cambiamento è avvenuto, e tanto meno è in atto, nella nostra società. È un fumetto antistorico. Che si basa su formule narrative primitive e infantili. Un fumetto didascalico fatto di “spiegoni” e moralette parrocchiali. Fatto per lo più da autori che mi ricordano gli stanchi e demotivati impiegati statali, che lavorano in uffici polverosi e che sanno di armadio vecchio. L’arte è di per sè rivoluzionaria, dovrebbe suggerire nuovi approcci, vie diverse… ridurre l’arte a mero e noioso prodotto di intrattenimento per le masse annoiate è avvilente.

Sempre a proposito di P-HPC, secondo te siamo tutti condannati ad essere trasformati in oggetti?
No. Per fortuna. Ma è lampante che anche nelle società a regime democratico ci sia la volontà di tenerci buoni e inattivi, dormienti e alienati, spaventati e silenziosi. Una cosa che al potere ha sempre fatto comodo è quella di avere un popolino innocuo e inoffensivo. E adesso il potere non è neanche più quello politico, ma quello economico. I politici, lo vediamo ogni giorno, sono semplici burattini al servizio delle grandi lobbies economico-industriali. E allora, in pochi anni, da popolino innocuo ci hanno trasformati in consumatori innocui. E questa cosa evidentemente ci piace, visto che non pensiamo altro che a soddisfare i nostri miseri bisogni indotti. Siamo sciocchi, siamo morti. Siamo patetici nel nostro essere abbindolati dalla mediocrità delle proposte. Ci hanno detto che è finità l’era della progettualità e del futuro e così ripetiamo apaticamente le nostre giornate come se vivessimo in vacuo presente interminabile. Senza spinta. Senza senso. Ma la storia c’insegna che poi le cose cambiano. Che quando porti allo stremo le masse, poi, le masse, s’incazzano. E questi stronzi al potere, nel progettare la loro ricchezza, contemporaneamente costruiscono anche la loro inevitabile sconfitta. Non si immaginano nemmeno le pedate nelle palle che prenderanno in un futuro molto prossimo.

Cos'hai in programma dopo Beauty Industries?
Diverse cose. Non c'è niente di più bello della sensazione che ti dà il "rientro". Da sempre sono abituato a lavorare su progetti diversi, molto diversi tra loro (soprattutto per approccio), ma dedicandovi il mio tempo in modo discontinuo... a volte faccio davvero fatica a orientarmici. Orientarmici, sì, perché le storie che scrivo, per me, sono città o paesi in costruzione. Sono luoghi in attesa di essere completati. Su un moleskine, un paio di settimane fa, ho tracciato un piano di lavoro... niente di troppo definito, sia chiaro (le mie architetture fatte di propositi, se troppo studiate e rigide, poi, crollano sempre, collassano su se stesse). Per prima cosa avevo scarabocchiato un mio autoritratto. in piedi. Con a fianco diverse frecce direzionali. Una sorta di cartelli stradali che mi portavano in differenti luoghi, con stradine e incroci, rotonde e burroni pericolosi circondati da un magma bollente e mortale. Vie, autostrade, piste ciclabili. Strade senza uscita. Alla mia sinistra c'è una freccia che porta a ddv: una sorta di città lunapark/circo fatta di roulotte e giostre tutte slegate fra loro. Animali feroci fuori dalle gabbie, ruote panoramiche adagiate orizzontalmente sul terreno, cavallerizze vestitre da clown, clown che cercano di domare gli spettatori che aspettano sui binari delle montagne russe. Trapezisti russi che si lavano i piedi, giostrai romeni sparati dai cannoni e popcorn sparsi dappertutto. Un luogo definito, ma da riordinare. In attesa che ogni elemento ritrovi il suo posizionamento preciso. Una città di pazzi da curare. Un'altra freccia (alla mia destra) porta a toyz-city, che è una città piccola strutturata su più livelli. Almeno tre. Ma si intravedono le gettate in cemento armato per le fondamenta di un quarto. Ma non è esatto. Si tratta più di una città che replica se stessa in verticale... sempre più o meno uguale, ma con variazioni sostanziali, in attesa che il sindaco si decida a firmare un progetto urbanistico definitivo. Un piano regolatore e tutto il resto. Da lontano, sembra una città finita. Compiuta. Pronta per essere invasa da gente che la abiti. Vista da vicino ci si accorge che ogni abitante avrebbe tre case, tre chiese, tre scuole, tre parchi, tre gatti, tre stazioni ferroviarie.... eccetera, eccetera, eccetera. Insomma, quella giunta comunale deve riunirsi in consiglio e decidere in quale città vivere, e poi demolire le altre. Per averne una. Una sola. E starci in santa pace. In basso, una freccia indica: abc. E ci scendo spesso in quella zona, ultimamente. Anche se sono al bar a fare colazione, chiudo gli occhi e ci faccio un salto. E li si va a soffrire. Perché è una città cimitero. Lì c'è la morte e l'urgenza di spiegarmela. Perché non ce la faccio a non sapere cosa sia. E' una città cimitero che ha catacombe profonde e marcescenti. Abitate dagli avi e dagli affetti che ci hanno lasciati. Ed è straziante cercare di ricreare un contatto con loro. Perché fra noi e loro c'è una distanza breve e struggente che però è incolmabile. Ma in superficie quella città cimitero è bellissima. Prati infiniti e cipressi verdi, cieli luminosissimi e persone gentili. E c'è laura, che come me, ha una gran paura. E che, come me, vuole trovare il coraggio. Ultimamente rientrare in questo luogo... mi era difficile, quasi impedito. Ho faticato giorno e notte per ricordarmi la strada che dovevo fare per raggiungerla, finendo sempre per perdermi. Il "rientro" è stato malinconico. Mi mancava quel posto. Mi sono sentito di nuovo a casa. Fra amici che mi vogliono bene e che mi sono mancati da morire. "Hai sentito? è tornato l'architetto ausonia... dice che è intenzionato a rimanere qui da noi per un po', almeno fino a quando non avrà finito di costruirci", "ah, che bello!". E poi è arrivata laura e mi ha dato uno strappo in bici. Ci sono anche altre frecce scarabocchiate sul moleskine, che partono dalla mia testa e portano ad altre città e ad altri paesi. Avvolti dalla nebbia. Senza acquedotti e senza case. Qualche abitante che vive da solo. Seduto su una sedia in giardino, o davanti al caminetto, o in auto fermo al semaforo. Immobile. In attesa. Come colpito da una profonda amnesia. E se gli chiedi chi sia... ti risponde che è troppo presto.

Intervista realizzata da Massimo Miato per La Voce d'Italia

2 commenti:

Officina Infernale ha detto...

bell'intervista grande Ausonia!!!
continuate cosi' boys!

Michela Da Sacco ha detto...

Interessante intervista. Sono una grande fan di Ausonia!!(per colpa di Federico ;-D)